Termopili 2015 d.c.

Più o meno tutti, almeno quanti abbiamo studiato in Occidente, consideriamo la Grecia come il luogo dove è nata la democrazia. La parola stessa, del resto, è di origine ellenica: (dal greco δῆμος [démos], popolo e κράτος [cràtos], potere).
Ed è in Grecia che, in questi giorni, torna a svolgersi una battaglia fondamentale per la sopravvivenza della democrazia, almeno in Europa ed almeno sul breve-medio periodo.
La questione fondamentale, infatti, non è né il quando né il come debba essere restituito il debito greco. La questione è stabilire chi comanda.
In passato ci sono stati svariati casi in cui il debito pubblico di alcuni paesi è stato parzialmente cancellato, e/o ristrutturato a condizioni molto più favorevoli di quelle richieste attualmente dal governo greco. Tra gli altri beneficiari, proprio la Germania.
Ma in questa occasione ad essere inaccettabile non è la proposta greca di rientro, ma il fatto che questa sia fondata sul rifiuto di qualsiasi diktat da parte dei creditori. Significativo il fatto che, oggi, a fronte della decisione del governo Tsipras di chiamare il popolo greco a decidere sulle condizioni di accordo pretese dalla troika, il presidente dell’Eurogruppo Jeoroen Dijsselbloem abbia definito “una decisione negativa” il referendum greco, arrivando ad ipotizzare la chiusura delle trattative.
All’Europa delle banche nulla è più indigesto della democrazia.

Il caso greco, quindi, è il casus belli per eccellenza, quello che stabilirà chi comanda in Europa. Se deve perpetrarsi il dominio di istituzioni finanziarie sovranazionali, prive di alcuna legittimazione democratica, o se debba invece rafforzarsi il potere alternativo di istituzioni politiche legittimate dal voto democratico.
Le istituzioni finanziarie della troika, che non solo non hanno saputo prevedere la crisi globale, ma l’hanno anche affrontata in modo fallimentare, si giocano oggi una partita fondamentale, proprio perchè è in Europa che si manifestano con forza le opposizioni alla loro politica, sia da destra (UKIP, Front Nationale, Lega Nord) sia da sinistra (Syriza, Podemos).
Schiacciare la Grecia, dunque, significa far passare l’idea che non è possibile opporsi alle politiche di austerity decise dalle istituzioni finanziarie. E deve essere fatto prima che il fronte si allarghi. Ragion per cui, è preferibile (per costoro) arrivare ad un accordo che possa almeno apparire come un cedimento della Grecia; perchè una Grecia fuori dall’euro, oltre a rafforzare sul breve periodo ogni sorta di €uroscettici, potrebbe non essere nemmeno così facilmente punibile.

Quando nel 480 a.c. i greci si batterono alle Termopili, per fermare l’esercito persiano di Serse, si ritrovarono uniti contro il nemico esterno. Perchè, nel momento di massima crisi, bisogna scegliere da che parte stare.
Per questo, l’eterno giochetto italico del non prendere decisamente posizione, del cerchiobottismo, è – ancora e sempre – di cortissimo respiro. Per questo, quando il Presidente del Consiglio, ad un momento cruciale della trattativa, dice che la Grecia “deve fare la sua parte”, sta malamente mascherando (dietro una frase banale) la sua scelta di campo.
Perchè alle Termopili, o stai con Leonida o stai con Serse.
E se stai con Leonida, non puoi al tempo stesso pensare di allearti con gli amici di Serse…

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